Ciò che Eravamo
Reincarnati per amarsi ancora, tra Victor e il velo che si solleva
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Estratto GRATUITO
Prefazione
Polvere.
Si alza piano dalle pagine, come un sospiro trattenuto troppo a lungo. Sfoglio questo diario dimenticato, trovato in una soffitta umida di un castello abbandonato sulle colline toscane. Le copertine di cuoio crepato odorano di pioggia e cenere. Ogni parola, scritta con inchiostro sbiadito, sembra pulsare. Vivo.
Io, l'autrice che ora ti parla tra queste righe, ho sempre creduto che certi amori non muoiano. Si reincarnano. Si attorcigliano come catene invisibili forgiate in un fabbroso infernale, legando anime attraverso secoli di sangue e lacrime. Immagina due amanti, separati da una maledizione: lui, un'ombra eterna che cammina tra i vivi; lei, un'anima che rinasce di continuo, priva di ricordi, ma con il cuore che brucia per un fantasma. Ogni vita, un tentativo di sfiorarsi. Ogni morte, un nodo più stretto.
Così inizia "Ciò che eravamo". Non è una favola. È un lamento gotico, scolpito nella pietra di un collegio antico dove il tempo si piega. Il Collegio di San Lazzaro. Mura centenarie che sussurrano nomi dimenticati. Cancelli ferrati che si aprono solo per chi è destinato a cadere.
Monica.
Il suo nome emerge dalle nebbie dei miei sogni, proprio come dai suoi. La vedo arrivare, valigia in mano, sotto una pioggia che non smette mai. Diciassette anni, occhi castani venati di paura. Trasferita qui da una vita qualunque – una madre distante, un padre svanito in un incidente nebbioso – ma perseguitata da visioni che non le appartengono. So...
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